Spazio Vedova a Venezia, quando l’arte viene incontro

Marina Mannucci Ottobre 2009
Ai Magazzini del Sale, alle Zattere, la “galleria dinamica” dedicata al grande pittore,
progettata da Renzo Piano e con la direzione artistica di Germano Celant
Passeggiando a Venezia lungo il Canal Grande si è inevitabilmente travolti da continui stimoli visivi che obbligano a un moto di stupore per l’originalità urbanistica che si svela con semplicità e l’alto livello architettonico ed artistico. Sul canale si affacciano, infatti, Palazzo Grassi, Ca’ Rezzonico, le Gallerie dell’Accademia, l’Istituto Veneto nel neogotico Palazzo Franchetti; le Gallerie dell’Accademia, il Museo Peggy Guggenheim, la chiesa della Salute, ed ora anche il nuovo Centro d’arte contemporanea “Punta della Dogana”.
Ma oggi, mentre cammino, accompagnata dai riflessi ondeggianti della luce di questo inatteso sole autunnale, superata di poco l’Accademia di Belle Arti, voglio visitare “Lo Spazio di Vedova”, realizzato ai Magazzini del Sale alle Zattere, dalla Fondazione Emilio e Annabianca Vedova. Questo nuovo luogo d’arte, inaugurato lo scorso giugno, è stato progettato da Renzo Piano con Alessandro Traldi e Maurizio Milan, e Metasistem e Iccem, ed è affidato alla cura artistica e scientifica di Germano Celant.
Il criterio espositivo senza intervenire sulle volte e sui muri, propone un sistema robotico altamente tecnologico, che, accompagnato dal rumore (quasi una musica ipnotizzante) di un braccio meccanico che scivola avanzando ed indietreggiando su un binario, preleva da una sorta di magazzino le opere del pittore e le espone (le pone fuori). “Il movimento” del resto “era l’ossessione di Vedova” ed i quadri in questo spazio sembrano galleggiare, obbligando il visitatore a sperimentare lo spazio espositivo in un modo nuovo. In questa stiva di nave, assistendo all’avanzare ellittico delle opere che, nella penombra, sembrano quasi volare, si partecipa, infatti, ad una sorta di rituale.
Accovacciata contro il muro osservo e ascolto il ripetersi del lento andirivieni e, con lo sguardo, seguo le opere che sfilano in questo spazio pulito, essenziale, privo di qualsiasi decorazione.
Uscendo dalla semioscurità dello “Spazio Vedova”, rimango abbagliata dalla luce riflessa dal canale della Giudecca e mi siedo su un muretto, aspettando che le pupille si abituino al cambiamento repentino. Infilo gli occhiali da sole e alzando la testa mi appaiono la palladiana chiesa del Redentore e, poco distante, l’isola di San Giorgio, con la Fondazione Cini.
Improvvise, mi tornano alla mente le visioni delle catastrofi ambientali di cui giornalmente ci danno notizia e ci danno visione i mezzi d’informazione ed ho l’impressione che tutta questa bellezza che mi circonda qui e adesso presto verrà contaminata, forse cancellata.
Il testo frammentario ed incompiuto Venezia salva scritto da Simone Weil nel 1940 ed ispirato a “La conjuration des Espagnol contre la Republique de Venise” narra della congiura del XVII secolo che avrebbe dovuto rovesciare il potere dogale e comportare la distruzione della città. Il piano eversivo tuttavia fallisce perché il capo dei congiurati, Jaffier, vede all’improvviso la bellezza di Venezia e la salva denunciando il complotto alle autorità: «una città perfetta, che sta per essere piombata nel sogno orrendo della forza; un uomo attento che, all’improvviso, la vede e la salva» (Simone Weil).

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