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Oggi è Domenica, 5 Settembre 2010__
_LA CASA DEL MESE

L'antico fienile trasformato in inedita "Casa Museo" a Sant'Alberto
Paolo Bolzani
Marzo 2010

Disseminate in ampi spazi, opere su tela, su carta, sculture raccolte nell'arco di trent'anni dall'artista Matteo Accarino, già docente di incisione all'Accademia di Ravenna

Sant’Alberto è un paese con una storia particolare, una conformazione urbana particolare, una rapporto con la natura del tutto particolare. Venne fondato circa una quindicina di chilometri a nord di Ravenna, sulla sponda settentrionale di quello che era allora il Po di Primaro e ora sarebbe stato il Reno, se nel 1607 l’alveo del fiume bolognese non fosse stato traslato a nord dell’abitato, trasformandone completamente la fisionomia urbana. Il punto esatto è la grande ansa che il fiume Po descriveva, proveniendo da Filo, per bypassare una porzione del lunghissimo unico cordone paleodunare, formatosi verosimilmente nel IV secolo a. C., che collegava Ravenna all’area comacchiese e di cui rimane traccia la via che va attualmente a Sant’Alberto (nota come «via del Bosco») e nella penisola di Boscoforte, geosito di struggente bellezza.

Su questa paleoduna transitava la Popilia, la strada litoranea romana di collegamento tra Rimini, Ravenna e Adria. Il primo insediamento santalbertese è l’eremo di San Romualdo (970), su cui l’imperatore Ottone III costruirà il Monastero di Sant’Alberto in Pereo (dal nome del martire boemo, vescovo di Praga dal 19 febbraio 983). Già fin dai primi secoli del secondo Millennio divenne un porto fluviale di importanza strategica per il controllo dei traffici commerciali dalla pianura padana all’Adriatico, conteso da Ravennati, Bolognesi, Ferraresi, Veneziani e dallo Stato della Chiesa. Nel 1258 venne fortificato dal Veneziani con il famoso Castello di Marcabò, menzionato da Dante Alighieri - «se mai torni a veder lo dolce piano/ che da Vercelli a Marcabò dichina», Inferno, XXVIII, 74-75), distrutto il 23 settembre 1309 dal ravennate Lamberto da Polenta con la collaborazione dei Ferraresi. Il sito del castello dovrebbe collocarsi circa a metà strada tra Sant’Alberto e Mandriole, tant’è che il toponimo traslò al tenimento della Fattoria Guiccioli, nella «Casa ove morì Anita Garibaldi», alle 19.30 del 4 agosto 1849.

Attorno agli anni Trenta del Cinquecento gli Estensi - che dal 1394 controllavano la parte di Sant’Alberto che da via della Motta raggiunge il Reno - costruirono l’Hosteria del Duca, che noi oggi apprezziamo con il nome di Palazzone, della famiglia Spreti di Ravenna dal 1689 al 1885, contenitore dell’ormai famoso Museo Natura, in cui si conserva una straordinaria raccolta Ornitologica. Molti ravennati vantano origini santalbertesi, come Alberto Giorgio Cassani - Presidente di “Ravenna Capitale” e docente alle Accademie di Belle Arti di Ravenna e Venezia - o come chi scrive, per parte di nonna materna, che gli raccontava di quando, negli anni Venti del Novecento, con il calesse compiesse il tragitto verso e da Ravenna sulla via del Bosco, in mezzo alla “larga”, allagata da ambo i lati. Erano ancora quelli i tempi in cui i santalbertesi sfidavano nelle Valli Comacchio quelli dell’altra sponda. Sant’Alberto è soprattutto il paese di Olindo Guerrini, forlivese di nascita ma Stecchetti di fama.

Affascinato da questa contrada, sospesa tra terra e acqua, lontana e anche un po’ magica per gli stessi ravennati, qui ha aperto un laboratorio l’artista-inventore Luigi Berardi, noto per le mitiche arpe eolie, che ha portato fin sulla Muraglia Cinese. Qui si è recentemente trasferito un altro artista di fama: Matteo Accarrino (Monte S. Angelo sul Gargano, 1943), fino a qualche anno fa docente di Incisione all’Accademia di Belle Arti di Ravenna. Con il plauso di Maria Carmela Claps, compagna di vita e di intenti, ha trasformato un antico fienile di una casa colonica dell’Ottocento in una inedita, ma sorprendentemente suggestiva, “Casa museo”, in cui ospita opere su tela, carta e altri materiali, raccolti nell’arco di un trentennio. Fin dalle grandi sculture del giardino capiamo di essere in un «luogo espositivo “sui generis”», che si incarica di accogliere ed esporre «opere di artisti che ho incontrato nella mia vita e soprattutto negli anni del Laboratorio Artivisive di Foggia», come spiega Matteo con il suo accento che tradisce ancora, con un certo orgoglio, le proprie origini pugliesi, con quella nobile discrezione che lo contraddistingue. Attenzione però a non dire altrettanto di Carmela, che vi correggerà, con altrettanto malcelata consapevolezza di appartenenza, rivelando di essere lucana, in particolare di Potenza. Il luogo è uno dei più belli del paese, alla fine del Cavedone, con la morbida curva erbosa dell’argine del vecchio Lamone a modellare l’orizzonte. A fianco si erge l’ultima casa, che è quella colonica dell’originale complesso. Poi è solo la distesa dei campi, rigati da canali di scolo e dal tratturo che si spinge verso l’argine del Reno. Chissà se un giorno potremo percorrerlo in bicicletta, per aggirare il centro del paese nelle estati afose, allorché il passo sul fiume si intasa di auto fumanti dirette nel ferrarese e bolognese, che invadono e ammorbano la placida quiete di Sant’Alberto.

Accarrino spiega le ragioni del “Convivium”, indagando anche dentro la propria storia: «il Laboratorio Artivisive ha significato per me il passaggio da un modo di vivere l’arte in assoluto isolamento, fra le pareti del mio studio, ad un altro di totale apertura verso il pubblico, teso a divulgare il messaggio artistico e fondato sul reciproco scambio di esperienze. La presente raccolta vuole tenere vivo quello spirito, sottraendo l’opera ai luoghi deputati all’arte, aprendo la propria abitazione che funge da spazio espositivo, permettendone la fruizione. Si aprono le porte della propria casa per mettere a disposizione di tutti quel tanto o quel poco che si possiede, perché la cultura non sia un fatto privatistico e/o personale, le opere e la casa diventano un tutt’uno, in quanto si espone anche il luogo in cui si vive, con tutto ciò che ad esso è connesso: aprire la propria casa vuol dire mostrare dove si mangia, si cucina, si dorme, si legge, dove si vivono momenti felici o tristi della propria vita, comunque vissuta per l’amore per l’arte». Un intento etico alto, quindi, si cela dietro questa scommessa, quasi Matteo Accarrino «offrisse se stesso come rituale pasto sacro per continuare a nutrire e ad alimentare, in terra nuova e maggiormente fertile, quei sogni che, anche se non del tutto realizzati, hanno comunque contribuito a svecchiare mentalità, consumi culturali, abitudini di una città meridionale, Foggia, ancora al bivio e in lotta per il proprio sviluppo», come commenta Gaetano Cristino. Fin dal primo sguardo all’androne passante centrale, protetto dalla propria volta in mattoni a vista, questa casa-museo offre molteplici spunti di lettura, mentre diviene la galleria principale dell’esposizione, con le piccole opere in fila lungo le pareti, il grande tavolo ellissoidale pieno di messaggi, pronto per il convivio, mentre l’irta scaletta a pioli in ferro scavata nel muro ci ricorda come nel fienile i collegamenti verticali fossero necessari solo se di quel tipo. Allorché si svolti nella prima porta a sinistra, ecco la galleria subito trasformarsi in tinello, quindi già casa, anche se il mobile a riquadri che sta alla destra di chi entra proviene dal laboratorio di un tipografo. Mentre lo spazio stenta ancora a perdere i connotati allestitivi, ci accorgiamo di essere ormai arrivati in cucina: una vera, autentica cucina, con le sue basi e pensili, il piano cottura, il lavello, il frigorifero, la dispensa. Nel salotto, omaggiato dal calore della scala a giorno, realizzata in legno e plexiglas dal padrone di casa così come il camino dal segno “barocco”, dai muri in mattoni, dal soffitto in travicelli in legno e tavelle, le opere piovono dall’alto, o dialogano con le pareti, senza obbligarsi a sembianze espositive codificate.

Tra acquerelli, incisioni e installazioni, eccoci nel magico mondo delle opere di Magdi e Mona Madgi Kenawy, Herbert Voss, Antonio Di Michele, Lorenzo Bruno, Guido Pensato, Renata Augusta Venturini, Rosetta Berardi, Raniero Bittante, Loretta Zaganelli, e tanti altri. «Perché non pensarlo – come si domanda Bruno Bandini riflettendo sulla possibilità di decostruire il concetto classico di museo – come luogo conviviale, come vero e proprio convivium in cui cercare di vivere l’esperienza dell’arte in modo da condursi dalla “ripetizione della carenza alla spontaneità del dono”, secondo la definizione di Ivan Illich?». Salendo al piano superiore, mentre la parete a mattoni rivela le origine della casa con la serie di areatori a croce del vecchio fienile, la contaminazione tra l’esporre e l’abitare diviene ancora più evidente. Sui tavoli da tipografo i cataloghi di tante mostre dialogano con il varco-arco- sbarco che separa la scala dal disimpegno delle camere da letto, dove troviamo opere di artisti amici e di Accarino stesso, come lo specchio da bagno realizzato in occasione della prima comunione della figlia, o le mensole in plexiglas della camera del figlio, dove la sedia della scrivania è stata unicizzata da Rosetta Berardi con scritte e disegni. Svoltiamo in un’altra stanza ed eccoci davanti al tavolo da incisione dell’artista garganico, mentre poco oltre c’è il suo mobile giradischi. «Nella “casa-museo” di Sant’Alberto le opere non vanno viste solo nella loro unicità e come documento della creatività dei rispettivi autori, ma anche nelle loro reciproche relazioni, nel loro “vissuto” e nel loro rapporto con il padrone di casa», argomenta infine Cristino. E Carmela, con il disincanto della padrona di casa, annuisce.





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