Icone - immagini a casa di Billy

Marina Mannucci Marzo 2010
Diagne Mamadou, per gli amici Billy, è nato a Louga una cittadina situata a nord ovest del Senegal, a circa 200 km a nord di Daka e a 30 km dalla costa atlantica; ricopre l’incarico di Consigliere Aggiunto nei Consigli di Circoscrizione per la Sezione di San Pietro in Vincoli e svolge la professione di mediatore culturale. Le attività economiche della regione di Louga sono essenzialmente l’agricoltura, l’allevamento, la pesca, l’artigianato e il commercio. Louga è anche la sede del FESFOP, Festival del Folklore e delle Percussioni, un festival folcloristico di musica popolare molto importante e seguito nel Senegal. Tale manifestazione, che quest’anno si svolgerà a fine dicembre, può essere un ottimo spunto per una vacanza a tempo di musica ed offre un’opportunità unica a chiunque sia interessato a conoscere la ricchezza artistica e musicale del Senegal. Durante il FESFOP si può partecipare a laboratori di danza e di percussione africana tenuti dai musicisti “griot” ed è possibile pernottare presso le famiglie del posto.
«Il griot” (termine francese) – mi spiega Billy – è un poeta, un cantore che svolge il ruolo di conservare la tradizione orale degli antenati». Le conoscenze di un griot spaziano dalla storia, alla cosmogonia, alla mitologia, alla storia politica e i repertori possono variare in base al contesto nel quale si trova ad operare. Gli strumenti di cui si avvale sono poliedrici, essendo una figura a metà strada fra l’attore, il musicista, il narratore ed, appunto, il poeta. L’accompagnamento musicale (kora, balafon, m’bira, djambè) riveste un ruolo molto importante ed in alcune circostanze può essere utilizzato anche il canto. In genere il “mestiere” di griot si trasmette di padre in figlio o, in ogni caso, all’interno della stessa famiglia”.
È proprio attraverso un gruppo folcloristico che Billy giunge in Italia circa vent’anni fa. Da allora, ha sempre lavorato, acquisendo un’eccellente conoscenza della lingua italiana ed un’incredibile abbondanza lessicale che, naturalmente, lo facilitano ad una comprensione dei concetti esposti nel loro significato più analitico. Billy mi spiega che i bambini italiani nascono, imparano l’italiano, vanno a scuola e, durante il loro percorso di studi, crescendo, continuano a parlare e ad approfondire la conoscenza della lingua italiana; i bambini senegalesi, invece, nascono, imparano la lingua madre, vanno a scuola, ma la lingua che devono parlare ed anche studiare è il francese. Ciò significa che la conoscenza semantica delle parole si sposta sul francese, proprio perché ogni materia scolastica è studiata in questa lingua. In Senegal, per accedere anche al più elementare dei saperi è necessario quindi passare per una lingua importata, e questo comporta un rallentamento nei processi di acquisizione delle conoscenze. Sappiamo, infatti, che ogni lingua veicola una visione del mondo, una maniera specifica di delineare il reale e che il passaggio da una lingua all’altra non va da sé, perché vi sono una moltitudine di espressioni intraducibili o difficilmente traducibili. Di conseguenza, oltre ad un maggior impiego di tempo per spiegare i concetti, è necessario anche ricorrere di continuo a perifrasi per far comprendere ciò che si è voluto dire nella lingua di partenza. Ed è per questo che la prima sfida della comunicazione in tutte le zone francofone non concerne soltanto i problemi di traduzione e traslitterazione, ma la gestione stessa del plurilinguismo. Condividere in francese la diversità del mondo può andare bene, ma poterla condividere anche nelle lingue locali (fra queste la principale e il wolof) è ancora meglio. Per far questo sono necessarie riforme che creino una relazione reciproca e condivisa tra il francese come lingua veicolare e le lingue locali. Si tratterebbe, in definitiva, di promuovere un multilinguismo che funga da strumento per liberarsi e allo stesso tempo arricchirsi delle particolarità delle differenti lingue, organizzandone il confronto regolato.
In tal senso la settima arte, il cinema, è stata un importante strumento di emancipazione socio-culturale e di rivendicazione del diritto d’espressione; intorno agli anni Sessanta del secolo scorso, infatti, i paesi africani si liberano dai sistemi di assimilazione culturale imposti dalle potenze coloniali ed è proprio il Senegal il primo stato ad avere una cinematografia indipendente e di qualità, grazie anche ad una situazione politica abbastanza stabile. Nel 1963, Ousmane Sembène realizza il primo film di finzione diretto da un regista africano: Borom Sarret. Il titolo stesso, una fusione di lingua wolof e francese, racchiude la spinosa questione della presenza-imposizione del francese, una delle tante contraddizioni con cui questo paese si deve costantemente confrontare, da una parte per non perdere una sua identità, dall’altra per poter restare al passo con il resto del mondo. Per mettere a fuoco la cultura del Senegal è indispensabile perciò conoscere e riconoscere l’attaccamento alle radici di questo popolo, la fedeltà alle tradizioni, che spesso si sono dovute scontrare con il “miraggio” di un Occidente che travolge tutto, in nome del progresso.
Tradizioni che, trasformandosi in icone, nella loro apparente semplicità materica, attutiscono l’inevitabile “violenza” dell’impatto socio-culturale che il migrante deve affrontare. Nel tempo e nello spazio saranno proprio semplici oggetti, immagini, abiti o cibi il terreno su cui costruire i ponti per approdare ad un attivo pluralismo culturale. Quel pluralismo che è una delle caratteristiche delle società moderne, e nel quale si deve riconoscere, sempre più, un elemento propulsore di progresso sia scientifico che economico. La sua tipica struttura di interazioni, che si contrappone a rigidi fanatismi, mostra infatti quanto attraverso il pluralismo si possa parlare di “verità” pur senza ridurre tutta la realtà ad un unico punto di vista.
Nell’appartamento che Billy condivide a Lido Adriano con alcuni suoi amici, la prima cosa che salta agli occhi è la quantità di immagini di personaggi (alcuni anziani) che ricoprono le pareti del soggiorno, alle quali Billy mi dice essere molto attaccato. Sono fotografie che riprendono famosi “marabout”: uomini considerati dai mussulmani senegalesi guide spirituali che vengono consultate per qualsiasi questione e il cui parere è considerato vincolante. Gli scatti fotografici a casa di Billy, oltre ad essere immagini, sono anche impronte che raccontano e che diventano preghiere, perché raccontano ciò di cui si è rimasti privi. Ed è proprio partendo da queste manifestazioni del “divino particolare” che è possibile intravedere l’avvio verso un pluralismo che ci obblighi a lavorare insieme nel dialogo e nel rispetto reciproci, nel rigore e nel superamento dei dogmi. È evidente, infatti, che i legami sociali devono essere ripensati nel mutuo rispetto, e come terreno comune, di una moltitudine di persone accomunate dalla medesima condizione esistenziale.


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