Nel Regno della FantasticAzione

Marina Mannucci Marzo 2010
“La Lucertola”, gioco, natura, creatività
«C’è sempre qualche vecchia signora che affronta i bambini facendo delle smorfie da far paura e dicendo delle stupidaggini con un linguaggio informale pieno di ciccì e di coccò e di piciupaciù. Di solito i bambini guardano con molta severità queste persone che sono invecchiate invano; non capiscono cosa vogliono e tornano ai loro giochi, giochi semplici e molto seri».
Bruno Munari
«Venisse un extraterrestre da un pianeta sconosciuto direbbe che è accaduta una catastrofe antropologica e che i suoi abitanti hanno sterminato la loro prole o l’hanno relegata come topi in gabbie o stanze-prigioni lontane dal mondo». Malgrado ciò, «i bambini nella loro nudità esposta al caos del mondo, trovano possibilità di incontro e di esperienza nel gioco e nella gratuità anche nelle nostre brutte e tristi città» (Roberto Papetti).
In via Romolo Conti al n° 1 (traversa di via Faentina), c’è però un luogo magico e pur reale, il Centro Gioco, Natura, Creatività “La Lucertola” del Comune di Ravenna nel quale regna un uomo dal volto scolpito in un ceppo della foresta: il Magnifico Rettore dell’Università delle Biglie, Roberto Papetti. Folti capelli corvini racchiudono uno scrigno in cui è custodito un tesoro preziosissimo: la Creatività.
«La creatività è l’arte di sommare due e due ottenendo cinque».
Arthur Koestler
Da oltre trent’anni, questo saggio sovrano lavora con e per i bambini, affrontando e sviluppando – attraverso laboratori formativi, iniziative rivolte ai bambini e alle scuole, feste pubbliche e importanti pubblicazioni – i temi dell’educazione ambientale, del gioco, dell’arte e del paesaggio, dei diritti dei bambini e dell’educazione alla pace. Un uomo, quindi, che dedica tutti i suoi pensieri, la sua attenzione ed il suo affetto alla creazione di un ambiente giusto per i bambini, così che, crescendo, questi esseri umani possano affrontare in modo intelligente i problemi che la vita pone loro.
Ogni volta che sono andata in visita al Centro “La Lucertola” ho visto i volti dei miei studenti trasformarsi, i loro corpi distendersi e le loro emozioni manifestarsi con pacata euforia: li ho visti felici. Naturalmente io con loro. Si accede al laboratorio attraversando un giardino in cui domina un totem, il cui significato simbolico crea un ponte che aiuta ad entrare in contatto profondo con lo spirito del luogo.
La casa, disposta su due piani, appartiene ad un’edilizia familiare tipica del nostro territorio e, varcata la soglia, si osservano, e naturalmente si toccano, gli innumerevoli giochi sparsi ovunque: giochi della tradizione popolare, inventati e costruiti con materiale di recupero. Giochi appesi al soffitto che oscillano sulle teste, giochi sulle scale, giochi per terra, giochi sui tavoli e sulle mensole. Giochi che ammaliano e che risvegliano un antico richiamo al quale nessuno, ma proprio nessuno, riesce a sottrarsi. Giochi che dapprima osservano silenziosi i visitatori, per poi animarsi in modo che, in ogni ambiente di questa casa dei sogni-reali, si concretizzino utopie fantastiche del pensiero-bambino puro e incontaminato, insito in ogni essere umano. In questo “luogo-non luogo” nel vero senso della parola, infatti, si rotola letteralmente indietro nel tempo e nello spazio ed improvvisamente si è altrove, acquisendo la consapevolezza che l’altrove è proprio quello che vorremmo qui.
«L’arte è ricerca continua, assimilazione delle esperienze passate,
aggiunta di esperienze nuove, nella forma,
nel contenuto, nella materia, nella tecnica, nei mezzi».
Bruno Munari
La formula realizzata dall’artista Roberto Papetti sembra semplice, ma è davvero una rivoluzione profonda. In questo luogo gli esseri umani (bambini e non) pervengono alla tecnica attraverso l’esperienza ludica; infatti, l’impulso creativo, quando oltre a manifestarsi si realizza, genera sempre una sua propria tecnica, e questa si trasforma in arte: in questo caso, arte per vivere bene. Non conformandosi in modo sterile e passivo ad alcun modello, in questo luogo la creatività, la spontaneità e l’indipendenza del pensiero non si spengono. Realizzando giochi costruiti con materiali che siamo abituati a gettare, in questi spazi si riavvia in modo reale un percorso di attenzione all’ambiente, alla cultura, alla storia e soprattutto all’altro da noi. Il riutilizzo di materiali di scarto per costruire, attraverso un riassemblaggio creativo, oggetti fantastici, mette in circolo, inoltre, un entusiasmo contagioso e una nuova fiducia e sensibilità per quello che finalmente si riconosce essere il vero bello. Un importante percorso di etica ed estetica che per Ravenna è un dono unico.
Natale è passato, e senz’altro anche quest’anno, “Babbo Natale” avrà accontentato le molte attese di ogni bambino; è indispensabile, però, essere in grado di distinguere i desideri indotti da mode consumistiche, da quelli legati allo sviluppo della mente e dello spirito di questi giovani individui. La moda, lo sappiamo bene, può arrivare ad innalzare l’insignificante facendone il rappresentante di una collettività; infatti, come diceva Georg Simmel, essa è il campo specifico degli individui che non sono intimamente indipendenti e che hanno bisogno di un sostegno, in modo che le banalità ripetute da tutti procurino la massima felicità. Sono profondamente convinta che creare dei percorsi personali, non soggetti in modo esclusivo a delle mode, sia invece possibile.
Roberto, da dove possiamo cominciare?
Cominciamo dalle cose “cosiddette” infantili.
Pensiamo che i giochi e le fiabe appartengano all’infanzia: come siamo miopi! Come se potessimo vivere una qualsiasi età della vita senza fiabe e senza giochi! I giocattoli sono puerili, ridicoli, anacronistici ma non sono carabattole inutili e senza senso. Nel museo si sono raccolti a mucchi, lentamente e per stratificazione, invadono e soffocano gli spazi, colorandoli in cambio di un fascino senza tempo. Funzionano come moltitudine e come singolarità ed i bambini, attori partecipi, sanno metterli in azione con prese di possesso per il gioco. Li tastano, rivoltano, li usano fino a romperli, li interrogano con gli occhi e con la mente. Ci sono oggetti singoli che sono stati esposti senza un perché, si notano per effetti di aura o per una patina di sopravvivenza che si è depositata con il tempo. Uno li capisce “dopo un po’”, quando a forza di richiami ne sente l’importanza e le potenzialità. Tuttavia questi giocattoli hanno nostalgia, si sente che vorrebbero stare da un’altra parte, che la loro dimora vera sarebbe la strada e il mondo, e allora se ne vanno per mostre e i tutori del museo li portano in giro con borsoni e sacchi per farli giocare con i bambini di ogni città. Ogni tanto accade che un giocattolo diventi importante o richiami più di altri l’attenzione, come
la gabbia del grillo, o la trottola, l’aquilone, la bambola, il bilboquet, il fucile ad elastico, il frullino, la palla, la frusta, la cerbottana... C’è un gabbietta con un diorama dipinto e una scritta, “Entro dipinta gabbia”, contenente un piccolo uccelletto di legno. Il senso dell’aforisma, è da cercarsi nella poesia scritta a dodici anni da Giacomo Leopardi quale dedica alla gabbia e all’uccelletto che stavano nella casa dove lui abitava. In questi versi, la gabbia, da dispositivo d’indiscussa crudeltà, diventa spazio per un’«educavasi» fatto di ozio, diletto e fantasticazione.
L’uccello
«Entro dipinta gabbia,
fra l’ozio e il diletto,
Educavasi un tenero,
Amabile augelletto».
Giacomo Leopardi

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