Nelle tavole ravennati, un'antica tradizione di raffinata convivialità

Marialivia Sciacca Marzo 2010
La scena è sempre la stessa, Ravenna e l’entroterra, le valli e il mare. I personaggi sono i ravennati di oggi, legati indissolubilmente al proprio passato e alle proprie madri, reali e simboliche. Nell’indagine di Anna Maria Valli Spizuoco è fluida ed immediata la dissolvenza tra quello che oggi è e quello che era nelle case dei suoi concittadini, non importa se lo scarto è di cento o di mille anni. C’è un perno attorno cui ruota la sua ricerca, che rende i voli possibili e poetici: è il tavolo nella sua accezione creativa, la tavola, che diviene femminile ogni volta che si prepara a essere decorata di piatti e vivande. C’è nei ravennati una doppia sfumatura d’indole, «una vena malinconica e una gioiosa, che è proprio il vino e la tavola». È la stessa gaiezza che l’autrice pone alla base del suo terzo volume fotografico sulle tavole nelle case di Ravenna, A tavola con Amalasunta. Perché la figlia di Teodorico e la sua gente, i Goti, avevano una raffinata arte nel far risplendere oggetti e gioielli di metalli più o meno preziosi, oltre al desiderio per gli abiti belli e la ricchezza. È proprio dalle piccole cose che si sviluppa il lavoro di Anna Maria Valli: «È una visione di Ravenna dal piccolo, dall’oggetto e dal dettaglio. In fondo, qualcuno direbbe, una saliera cos’è? Ma è dai dettagli che si fa l’insieme, che nasce la bellezza».
Di universi dispiegati su un tavolo ne ha visti tanti, con il suo progetto. Si aprono le credenze domestiche ed escono memorie secolari della tradizione ravegnana. Prima tra tutti quella del corredo, da 6, 12, 24 o a salire, dalla famiglia più modesta a quella più ricca, ma necessariamente preparato per ogni novella sposa e imprescindibile, qualunque fosse la condizione sociale. Di solito le tavole si apparecchiavano splendidamente per l’occasione del battesimo, perché è per un bambino nuovo che la famiglia tira fuori, rinnova, le cose lustre e più preziose. Oppure per i matrimoni, anche se oggi il ristorante s’è imposto coi suoi tavoli numerati alla tradizione. Una tradizione, quella del desco romagnolo, scandita dal sedersi del capofamiglia che dava il là al pasto ...e chi arrivava dopo si doveva accontentare degli avanzi. L’autrice ha creato con il suo lavoro occasioni insolite e straordinatie per apparecchiare le tavole, ed è capitato che si creassero inediti di decorazioni, che mai prima la moglie aveva preparato per il marito. «Fare le tavole ha significato interpellare centinaia di persone, molte hanno rifiutato, un po’ per preservare gli spazi privati, un po’ per la fatica. Dopo ci sono gli appassionati, quelli che ne fanno anche sette di apparecchiature. C’è più di un uomo che ha partecipato con entusiasmo, sono quelli che amano gli oggetti e anche la buona tavola». C’è un ragazzo che ha preparato la tavola con il Mojito per aperitivo come se s’introducesse una cena con Hemingway, e un altro padrone di casa che dona bottiglie in cambio di una brillante tavola imbandita. Ci sono anche le case dei dintorni, in campagna, oggi seconde o terze case ugualmente con le sette finestre, tre per ciascun lato e una al centro, la scala di legno, la porta della stalla anche se le strisce gialle intrise nel miele contro le mosche non ci sono più. Lì la tavola per essere apparecchiata usa gli oggetti della campagna, o della caccia se quello è il caso. I volumi a firma di Anna Maria Spizuoco sono dei vascelli silenziosi all’interno del cuore pulsante delle case ravennati, che tendono a nascondere le preziosità all’interno di facciate sobrie, che non rivelano al passante la propria intima ricchezza. «Alcuni dicono che Ravenna è isolata, ma la via del mare era agevole, da li arrivavano i saccheggi, le spoliazioni... Forse l’austerità esteriore delle nostre case è un antico metodo di difesa», immagina l’autrice. Il passaggio dal passato remoto di capitale lussuosa e svuotata ad uno più recente è breve: «le case ravennati sono come “e nid de rundò”: la rondine fabbrica un nido di forma concava, con un incavo molto stretto per entrare, mostra il fango con cui è costruito, mentre le piume, con gli affetti e la paglia, sono ben nascoste all’interno». Il tempo antico, attraverso la più autentica tradizione romagnola, giunge al presente, senza alcun indugio nostalgico ma unicamente con un grande amore per ogni manifestazione della creatività e del legame con la terra, e con questa particolare terra. Un viaggio di ricerca che rimanda continuamente dalla storia all’attualità e ritorno, usando molti canali, tra cui, ad esempio la lingua, che rivela connessioni inaspettate tra il greco, il tedesco ed il dialetto. Il mezzo migliore per unire mondi è però l’immaginazione: durante la nostra conversazione, rigorosamente attorno ad un tavolo di legno, Anna Maria si ferma e per un attimo trasogna: «Ti immagini, nei grandi palazzi, nelle corti romane e bizantine che sfide nascevano fra i vini migliori? Sicuramente in tavola c’era abbondante cacciagione e molto pesce, si vede nei mosaici». È dall’osservazione dei mosaici che parte l’idea per A tavola con Teodora, poi continuata con A Tavola con Galla Placidia, che insegue la luce della giornata mentre cambia i colori alla tavola, dalla prima colazione alla cena sulla quale si chiudono a volta le stelle magnetiche del mausoleo dell’imperatrice.


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