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Oggi è Domenica, 5 Settembre 2010__
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Da un capannone industriale dieci loft in veste grigio seta
Paolo Bolzani
Marzo 2010

L'intervento di riconversione a destinazione residenziale su via Agro Pontino nasce da un'idea dell'imprenditore ravennate Giuliano Gamberini e dal progetto di Nuovo Studio

Ravenna, periferia ovest. Da un’idea dell’imprenditore ravennate Giuliano Gamberini e dal progetto di Nuovo Studio di Ravenna (architetto Emilio Rambelli, ingegnere Gianluca Bonini), un vecchio capannone degli anni Sessanta-Settanta è stato recentemente riconvertito a destinazione residenziale. Siamo nell’ambito di un più grande intervento di riqualificazione di un’area artigianale-produttiva, situata nell’isolato urbano delimitato da via Faentina, via Agro Pontino e via Giuseppe Vitali, all’interno del quale circa un terzo della superficie è stata destinata alla creazione di una serie di 10 alloggi, dimensionati secondo vari tagli, da 1 a 3 camere da letto, sfruttando il volume e la superficie esistente. «Il complesso edilizio – spiega Rambelli - si presenta articolato in diversi corpi di fabbrica, uniti fra loro. Su via Faentina è presente un edificio di due piani a destinazione commerciale (vendita e nolo videocassette), mentre in angolo su via Vitali ad un piano è presente uno sportello bancario. Su via Agro Pontino insiste invece un fabbricato ex industriale di maggiori dimensioni, anch’esso a due piani, dove al piano terra è presente uno spazio commerciale di grandi dimensioni, mentre al piano primo era presente uno spazio occupato a deposito. Tra quest’ultimo corpo e via Vitali è presente uno spazio cortilizio con accesso da tale via, che ospita un parcheggio scoperto, e da qui in aderenza ai corpi su via Faentina, insiste un volume che ospita un parcheggio». Il deposito era caratterizzato in copertura da una serie di capriate, costituite da travi reticolari ad andamento curvilineo in cemento armato e tiranti in acciaio. L’idea, semplice ma efficace, è stata quella di svuotare la parti laterali della zona superiore, mettendo così in vista le estremità delle capriate stesse e in questo modo facendole diventare un elemento significante del progetto. In questo modo le grandi superfici che si trovano all’aperto non diventano dei semplici grandi balconi, bensì degli spazi attrezzati a giardino, con dotazione di verde, presa d’acqua e barbecue. La seconda scelta in esterno è stata quella di applicare un trattamento monocromo grigio di tono “medio” – ormai una “Tag” di Nuovo Studio – che omogeneizza tutte le membrature e le pareti, mentre la copertura è risolta con lastre di alluminio, materiale che ritroviamo negli infissi a taglio termico, mentre le lattonerie sono in acciaio inox. Ma, poiché «la trasformazione d’uso di uno spazio produttivo a fini domestici o commerciali» è ormai universalmente nota con la parola “loft” (G. Polazzi, Loft, 2002), che a sua volta potrebbe derivare dal tedesco antico luft (aria, spazio) e se il codice internazionale dei colori Ral è tedesco e al colore di Nuovo Studio (7044) associa il Seidengrau, ovvero, grigio seta, potremmo chiamare questo intervento come 10 loft in veste grigio seta. Infatti «cromaticamente la tendenza più diffusa è quella di riportare gli ambienti al loro stato “grezzo”, creando uno sfondo di un’unica tonalità» (Polazzi). L’altro corollario indispensabile per un loft è la «mancanza di delimitazione fisica delle stanze» interne, che definisce la sua caratteristica spaziale, in grado di creare «un’atmosfera carica di suggestioni in cui le dimensioni interne, costituite da altezze notevoli, permettono spesso la creazione di zone soppalcate che aumentano i punti di osservazione dell’ambiente e degli oggetti che esso contiene, consentendo la costruzione di un panorama interno che vive delle mutevoli condizioni d’uso degli spazi e delle attività» (Polazzi). All’interno i nuovi appartamenti diventavano perciò dei duplex aperti, sfruttando lo spazio in altezza con affacci dalla zona notte alla zona giorno. Qui Rambelli ha inserito uno stacco materico-cromatico, con l’inserimento nei soggiorni di un parquet in iroko, materiale che prosegue nei grandi balconi, mentre cucine e bagni vengono omogeneizzati da grandi piastrelle 30x60, di colore ovviamente grigio. La pulizia spaziale si avvantaggia inoltre del riscaldamento a pannelli radianti a pavimento e della stesura sulle pareti del bianco, applicato anche sulle ringhiere delle scale interne. Probabilmente il fatto di avere assistito ad una conduzione articolata del progetto (doppie altezze, grandi affacci a balcone) e su uno spazio fin dall’origine fortemente volumetrico, ha in qualche modo condizionato il committente, che sull’architetto progettista non ha fatto pressioni di tipo commerciale, accettando la sfida che il luogo suggeriva. Questo è un concetto che Rambelli ribadisce, sottolineando il ruolo del progettista e del direttore dei lavori e “artistico”: «l’architetto deve esercitare un controllo dall’inizio alla fine e non deve andare passivamente dietro al committente, ma imporre la linea stilistica sui materiali e sulle finiture». Per questo motivo importanti sono state le scelte di base: «da un punto di vista poetico anche se questo edificio industriale non dimostrava un grande valore architettonico, purtuttavia doveva essere concepito come un pezzo originale riconvertito. In effetti possiede un certo fascino, in quanto si è già storicizzato, e perciò possiamo considerarlo un esempio di archeologia industriale. Perciò lo abbiamo recuperato senza operare demolizioni ingiustificate». A proposito dell’utenza, Rambelli avanza una riflessione di carattere socio-culturale. «Penso che questo modo di vivere la casa abbia bisogno di persone attrezzate, dal target culturale educato alle nuove sfide dell’abitare». In proposito così argomentava nel 2002 Giovanni Polazzi: «oggi tali ambiti domestici sono assolutamente ricercati e ancora esprimono una scelta non tradizionale dell’abitare, tuttavia sono espressione non già di una condizione improntata alla massima economicità, quanto piuttosto dell’affermazione di una scelta alternativa e anticonvenzionale per la casa. L’involucro privo di vincoli viene spesso interpretato come uno spazio teatrale, un ambiente libero e indiviso, organizzato per accogliere le varie parti che definiscono la casa come un grande apparato scenografico», anzi «l’unitarietà degli ambienti rappresenta il simbolo di emancipazione e di adesione al concetto di modernità». «Il progetto complessivo – conclude Rambelli – mira ad un totale restyling del complesso in oggetto, con nuove recinzioni esterne e rivestimento con elementi in lamelle di alluminio di alcuni elementi architettonici, quali la torre scale ascensori e la piastra parcheggio, che, opportunamente illuminati, di notte offriranno un immagine unitaria e caratterizzante dell’intero complesso edilizio».




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