Variazioni sulla natura morta

Serena Simoni Gennaio 2002
Opere di grandi pittori da metà Ottocento fino ad oggi alla Galleria d'arte di Bologna
“Una rosa è una rosa, è una rosa”: le parole di Gertrude Stein suggeriscono una buona chiave di lettura all’introduzione del tema della natura morta. L’immagine, potente nella sua capacità di aprire il fiore alle più diverse variazioni di tema, potrebbe suggellare la bella mostra alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, dedicata al soggetto della natura morta nell’arte fra la metà dell’Ottocento e la contemporaneità.
È ovviamente di un tema difficile da documentare – ovvia l’impossibilità di un resoconto enciclopedico di tutti gli artisti di primo livello che l’hanno trattato, quasi tutti in realtà – ma interessante invece la carrellata su un soggetto che ha rappresentato nel tempo un filo rosso su cui argomentare la propria differente poetica. “Una rosa è una rosa”, ma il gioco sottile delle differenze si appunta sulla iterazione che crea uno scarto, quello fra l’oggetto e gli occhi che guardano, fra quello e la memoria che crea l’immagine. A ciascuno la propria visione del mondo, a ciascuno la propria scelta di poesia. A Manet i colori fluidi e quasi svogliati, applicati a un gruppo di prugne su un piano secondo il dettato della pittura impressionista, ripreso quando ormai il gruppo degli amici – ciascuno per suo conto - veleggiava verso altri lidi. A Fantin-Latour la descrizione analitica delle rose - il suo fiore preferito – secondo il dettato naturalista, studiato sui grandi del Rinascimento, a cui si mantenne fedele nonostante l’ammirazione per Manet e l’amicizia con i compagni impressionisti, ben più sintetici delle sue descrizioni minuziose del visibile. Ad Ensor i colori terrosi, ancora chiusi entro ai meandri della sua “maniera nera”, che presuppongono nella razza distesa su un letto di paglia quella anomalia antropomorfa che rende gli animali così vicini agli esseri umani, e gli esseri umani così espressionisticamente “animali”. Pesci, frutta, fiori, oggetti di uso quotidiano sfilano nelle sale della Galleria, divise in un allestimento di gruppi e aree di interesse: da una parte i Post-Impressionisti fra cui Cézanne, Gauguin, Van Gogh e i Nabis. Indimenticabile la “Frutta e vaso di zenzero” di Cézanne, che della natura ricercava l’essenza e la solidità geometrica, scontento dell’insana, fluida evanescenza del visibile. Là dove una pera si interrompe nella linea di contorno o dove una foglia riverbera di un impossibile azzurro, la causa è da imputare all’imperfezione dell’occhio, perché la natura – per lui – non è che infallibile.
A ciascuno una natura diversa: popolare e armoniosa nel Doganiere Rousseau, sgargiante ed esplosiva nei colori di Kirchner, quasi tessuta ad arazzo nella bellissima tela di Jawlensky. Seguono le sperimentazioni dei cubisti e dei futuristi, gli artisti dell’avanguardia russa e gli anni del ritorno all’ordine.
La natura cambia continuamente, anche se si trattano più o meno delle stesse bottiglie, degli stessi bicchieri: ironici nelle declinazioni della Pop, veri e assemblati per gli autori del Nouveau Réalisme, simbolici e allusivi alla morte e alla vita per gli artisti dell’Aktionismus viennese. A chiudere i residui del contemporaneo, per accorgersi che la natura “naturale” sempre più vive in grazia di un polmone artificiale.
 |